LA SUPREMA CORTE PROVA A RISPONDERE: COLTIVARE È ANCORA REATO, PERÒ…

febbraio 12, 2014
in Category: GENERALE & ATTIVISMO
Commenti disabilitati su LA SUPREMA CORTE PROVA A RISPONDERE: COLTIVARE È ANCORA REATO, PERÒ… 795 0

Growing: ultime dalla Cassazione

Ci avevano sperato in molti ma la notizia dello scorso ottobre sulla depenalizzazione della coltivazione di canapa si è ben presto rive­lata una bufala. A confermare il fatto che attualmente la legislazi­one considera il growing un reato penale, è arrivata anche la Sesta Sezione Penale della Cassazione. Con la sentenza 1544 dello scorso 13 novembre, la Suprema Corte è ritornata sul tema della coltivazione, cercando di risolvere una volta per tutte l’annoso quesito sulla tol­lerabilità della coltivazione di piante di canapa.

La prima risposta che viene data nella sen­tenza 1544 è che coltivare cannabis, qualsi­asi sia il fine ultimo, è una condotta penal­mente perseguibile. Questo dice la legge Fini-Giovanardi che, essendo l’ultima, è la più aggiornata e quella di cui tenere conto ai fini ultimi della sentenza. C’è però una premessa sostanziale: sostiene, infatti, testualmente il Collegio di legittimità che “spetta al giudice verificare in concreto l’offensività della condotta, ovvero l’ido­neità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile”.

In pratica, alla fine della fiera, è il giudice a decidere il pericolo che rappresenta la pianta: è lui che deve disporre ulteriori
COLTIVARE e ANCORA  01 verifiche su, ad esempio, la percentuale di THC o il potenziale drogante di una pian-tina di White Widow. È lui che deve avere il buonsenso di rilevare che la coltivazione domestica di una pianta di cannabis non può rappresentare un danno al singolo o alla collettività. Quindi, come più volte ribadito su queste pagine, dipende molto da chi si ha la fortuna di avere davanti.

Quello che però spesso accade nei tribu­nali nostrani è che il giudice, decisamente a priori, giudichi la pianta come danno­sa solo perché pianta di cannabis. Nella sentenza viene detto (ahinoi!|) fin troppo chiaramente: “Ai fini decisori, la quantità di principio attivo ricavabile nell’immedia­tezza non ha rilevanza capitale”, ai giudici basta “la conformità della pianta al tipo botanico previsto ed alla sua attitudine a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente”.

Nonostante la premessa fatta – ovvero quello di verificare “in concreto” l’offensività della condotta – i supremi giudici, dopo poche righe affermano che per condanna­re basta avere davanti una pianta di cana­pa. Può anche essere appena germogliata ma i giudici ci vedono solo un potenziale drogante, a loro basta “l’attitudine” della pianta. Ora, posto che una pianta appe­na germogliata può anche morire e non dare alcun frutto, la contraddizione della Cassazione è evidente. Ma non è tutto.

Una decina di righe dopo, la sentenza 1544 dice che per condannare un coltivatore è necessario che “l’idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile” sia concreta ed attuale.

Questo significa che può rientrare nel segmento di offensività solo una pianta cresciuta e fiorita, in grado di far derivare principio attivo. La Corte però consiglia di fare esattamente il contrario. L’indirizzo che la sentenza vuole dare privilegia infatti aspetti del tutto discutibili, come appunto la “conformità della pianta al tipo botanico previsto ed alla sua attitudine a produrre la sostanza stupefacente” e così facendo da il via libera alle interpretazioni più aprioristi­che. Poco conta che queste abbiano gene­rato e genereranno condanne ingiuste.

A legger bene quello che dicono i supremi giudici, è impossibile non vedere l’enor­me contraddizione che pomposamente portano avanti. Come spiega l’avv. Carlo Alberto Zaina: «è paradossale, che pro­prio per evitare quella che viene definita a pagina 3 della sentenza una “evidente aprioristica negazione del criterio dell’of­fensività della pianta” , la Corte adotti un criterio speculare a quello che si intende eludere, basato sull’aprioristica e presunti­va affermazione del criterio dell’offensivi­tà della cannabis». Zaina 1 – Cassazione 0.

C’è poi un altro criterio che la Cassazione sottolinea nel suo indirizzo ma contraddice in termini poco dopo, e riguarda la desti­nazione d’uso della coltivazione. I supre­mi giudici individuano come guide per il giudizio di idoneità del bene a produrre la sostanza per il consumo, “la formulazione delle norme e la ratio della disciplina anche comunitaria”. Peccato che l’articolo 73 del famoso Testo Unico sulle Droghe lasci ampio spazio all’interpretazione quando parla di “coltivazione sanzionabile” e non dica assolutamente che basta che la pianta sia canapa. In più, la “ratio della disciplina comunitaria” con

, ,
Contact Me popolare Social
 
Thank you! Your message has been submitted to us.
×
×
×